Quando il sogno genera il mito: intervista al Prof. Avv. Gianfranco Negri-Clementi

Battaglie e bellezza. Gianfranco Negri-Clementi, avvocato e professore, affianca gli uomini quando combattono per difendere i propri diritti e intanto cerca coloro i quali sanno dare una forma nuova all’impasto di gioie e dolori, miseria e grandezza che s’incontrano vivendo. Cerca gli artisti contemporanei e si circonda delle loro opere. Grande innovatore nell’approccio alla professione forense, avvocato di fiducia di importanti famiglie industriali, docente di Corporate Governance presso il Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali dell’Università Milano-Bicocca, è stato membro del consiglio di amministrazione di varie società, tra cui Unicredit, Telecom e Allianz Bank. Lo Studio Legale Associato Negri-Clementi, che ha fondato nel 2011, si trova nel cuore di Milano. Si apre la porta dell’ascensore e sembra di entrare in una galleria d’arte. Una scultura verticale di Arnaldo Pomodoro, i marmi di Igor Mitoraj, un mosaico di Girolamo Ciulla, dipinti di Zorigt Uyanga, fotografie di Miguel Angel Sanchez, una composizione di Sol LeWitt alla parete, Fontana, Rothko, Lichtenstein, libri d’artista, piccole installazioni, in un angolo un’esplosione pop. Una collezione straordinaria. Tra le opere esposte ci sono anche i dipinti realizzati dallo stesso Negri-Clementi, che gode dell’arte degli altri ma ne persegue anche una tutta sua, seguendo il filo imprevedibile e fecondo di una conoscenza vasta. Osservare e agire, dibattere davanti a un giudice e capire il mondo, con i suoi limiti e la sua libertà. Andare fino in fondo ma conservare la leggerezza, come fa l’avvocato quando passa davanti a un grande coccodrillo in travertino, scultura di Ciulla, e gli sigilla le fauci con un nastrino tricolore, che rimane lì pronto a fare sorridere chi va sul pianerottolo.

 

Qual è la prima opera che ha acquistato?

Era la notte di un Natale di circa trenta anni fa. Mi ero incamminato a piedi sulla salita di Montmartre e avevo raggiunto la piazza in alto verso mezzanotte. C’era nell’aria un denso crachin che si muoveva al suono delle campane del Sacré-Cœur.  All’improvviso un piccolo fiocco di neve più pesante mi è scivolato addosso ed è finito ai miei piedi. Seguendone il percorso fui attratto dalla vista di una piccola stella di bronzo con cinque punte, ciascuna delle quali costituita da un’altra piccola stella di bronzo a cinque punte. Fu un attimo inchinarmi e raccogliere questa magica scultura finita non so come sui miei piedi. Tuttora possiedo questo oggetto, che posso mostrarvi e che tocco con avida mano ogni notte di Natale per riportarlo dentro di me, da cui ne è misteriosamente uscito, quella notte a Montmartre. Radice della mia prima passione per l’arte.

Che importanza ha conoscere personalmente gli artisti di cui si acquistano le opere?

La personale conoscenza degli artisti di cui si apprezzano le opere è come una Prima Comunione: ti avvicini pieno di speranza e di fede, certo di trovare in quell’incontro la risposta alle domande di quiete che spesso ti assalgono. Perché il dono più grande che l’arte può fare è quello di riaprirti a una serena beatitudine, nido di ogni felicità e rifugio da ogni male. Incontrare l’Autore dell’opera che si ama è come leggere la rugosa mano del campanaro che è in ciascuno di noi. È un incontro con noi stessi. Anzi, è l’unico incontro che può dirci chi siamo e chi potremmo diventare.

Le sculture di Igor Mitoraj testimoniano anche la storia di un’amicizia. Quando è iniziata? Ha voglia di descrivere qualcosa del vostro rapporto e magari di spiegare chi è stato per lei e cosa apprezza nelle sue opere? Sarebbe un modo per ricordare un grande artista scomparso da poco.

Con il suo sguardo mite e sorridente, con il suo incarnato pallido e già prossimo a denunziare la sua fine, con quella sua totale disponibilità verso chiunque, Igor in pochi minuti entrava sorridente in pieno abbraccio con te, e sembrava che il suo viso, nel trasformare e ingentilire il tuo sentire, volesse egli stesso trasformarsi nella più nobile parte di te, che lui ben riusciva a scoprire. Sarà quindi molto faticoso per noi ripercorrere questi sentieri per ritrovare l’aria azzurra e fresca che lo circondava. Egli una volta mi disse “Più di tutti io ho amato mio fratello Icaro. So disegnarlo mentre inizia il volo con una mano che ancora lo trattiene per la caviglia. Ma non so parlargli, perché sono un contadino e lui è come un Dio. Prova a parlargli tu”. E così io ho fatto, cercando anzitutto di ritrovare le tracce della sua storia. Capitava che parlassimo, con un bicchiere di vino bianco in mano, e mi raccontasse avventure come quella di Icaro, figura mitologica che sentiva tanto vicino a sé da definirlo appunto fratello. Io poi trascrivevo le sue parole, gli sottoponevo lo scritto e così prendevano forma i suoi pensieri, scivolando anche fuori dalle opere d’arte nate dalle sue mani. In tutta la vita, è stata una delle persone che mi ha più dato gioia frequentare.

Alle pareti del suo studio milanese sono appese anche opere che lei stesso ha eseguito. Quando ha iniziato a dipingere?
Tengo per me questa attività, di solito non ne parlo, non essendo particolarmente orgoglioso. Serve a passare il tempo e pensare, perché mentre si dipinge è naturale concentrarsi e i colori così aiutano a cambiare i pensieri. I pensieri oriscono e i colori che stai adoperando diventano l’incarnato della realtà.

Glielo ha suggerito Mitoraj?

Per Mitoraj avevo un’amicizia profonda, nata a Pietrasanta. Con lui esploravi tanti mondi. Quando mi diceva “Per me Icaro è mio fratello, solo che Icaro vola e io sono un uomo della materia, ho solo la materia nelle mani”, mi spingeva a guardare in modo diverso il suo lavoro e a provare io stesso espressioni di altra natura. Perciò scrivevo. Lui scolpiva il legno, preparava il lavoro, i gessi, dimostrava come fosse eclettico all’uso della materia. Aveva un’ispirazione neoclassica così forte che qualunque materia si adattava alla sua ispirazione. Era l’espressione di un uomo nuovo, dotato di spiritualità e affetti. Igor amava qualunque persona o cosa, con una grandissima disponibilità. Ci siamo conosciuti più di vent’anni fa, prima ancora che iniziasse a lavorare per le committenze pubbliche.

Quali?

A Milano per esempio c’è la scultura chiamata “Il grande toscano”, un viso con la fronte tagliata, rega- lata al Comune quando ancora non era l’uomo con la fama appresso che è diventato dopo.

Dov’è collocata?

Davanti alla chiesa di Santa Maria del Carmine, luogo di pregio cui però si accede da uno spazio limitato. Ho parlato con il sindaco Giuliano Pisapia, per valutare l’opportunità di trasferire la statua altrove. Mi ha detto che Mitoraj aveva accettato quello spazio, era d’accordo che la sua opera fosse collocata proprio lì, quindi forse è giusto continuare a rispettare la scelta dell’artista. In fondo è lì da vent’anni ed è una delle poche opere d’arte che non vengono mai imbrattate. È strano. Ci si può andare in qualunque momento, durante il Carnevale o le feste di Sant’Ambrogio: è sempre pulito, come se gli sguardi di ammirazione proteggessero la sua purezza.

Prova lo stesso interesse anche per altre arti?

È un interesse universale. Ovunque una persona si interroghi con animo disponibile, trova una risposta e diventa capace di comunicarla agli altri. Se hai la fortuna di parlare con una persona amica, una persona consonante, questa ti aiuta a tirare fuori da te stesso quello che sei. Questo accade attraverso la prosa poetica di Igor, con la musica, con la poesia.

Come convivono la passione umanistica e la professione di avvocato?

Lo Studio porta avanti l’attività legale di cui mi sono sempre occupato nella carriera professionale. Io mi sono un po’ scartato da questo, per dedicarmi ai rapporti con gli artisti. Conosce Girolamo Ciulla? È un uomo meraviglioso, c’è in lui qualcosa di Mitoraj, questa grecità, la capacità di riprodurre lo spirito dei templi greci. Il suo è un mondo più piccolo, non così imponente come quello di Igor. I suoi coccodrilli troveranno presto un riconoscimento internazionale. Ciulla sarà una delle stelle che brilleranno negli occhi di tutti. Ne sono sicuro.

Quindi si è allontanato dalle aule dei tribunali.

L’avvocatura mi ha dato da vivere in modo piacevole, ma c’è un’aridità che nella frequentazione di queste persone, gli artisti, svanisce. Hanno cariche di gentilezza e attenzione umana sconosciute negli ambienti di lavoro. Nella vita professionale questa dimensione preziosa si perde, perché predomina l’economia e in fondo è giusto che sia così.

Lei aiuta gli artisti?

Li aiuto a organizzare le mostre, a muoversi in una città complessa come Milano, che li proietta dentro ambiti che non conoscono, dove predominano linguaggi diversi. Do una mano. Ci scambiamo questa amicizia. Ma io non sono un mercante, non compro e non vendo. A me piace frequentare queste persone.

Le ultime sue scoperte?

Un paio di anni fa abbiamo esplorato l’arte contemporanea mongola (lo Studio Legale Associato Negri-Clementi ha organizzato l’evento “Arte e diritto in Mongolia” ndr.). Hanno portato a Milano dalle pitture ai graffiti, opere dal segno delicatissimo. Gli animali sono quasi fatati, sembra che volino, fanno pensare a Chagall. Per stanca consuetudine si accostano quelle terre ai guerrieri, a Gengis Khan, invece sono abitate da animi sensibili, abituati a guardare le montagne e i branchi di animali bradi che corrono nel deserto della steppa. Nelle loro pitture c’è una forza naturale in cui fiorisce questa grande delicatezza, come l’edelweiss che spunta fra le rocce delle nostre Dolomiti.

Cosa si sente di dire ai giovani attratti verso l’arte?

Andate all’ArteFiera di Bologna e guardate cosa c’è in quella mostra: covate di giovani che quando ti avvicini per comprare un’opera ti chiedono il prezzo della tela. Magari sono mille e cinquecento euro, perché spesso il canvas è enorme dato che i giovani pensano sempre in grande. Questo accade anche a Brera o altrove, ma Bologna in questo momento è uno dei luoghi più pulsanti. Andate a cercare chi si esprime. Mitoraj aveva fatto la sua vita, aveva 70 anni quando è morto. Quando vedo le sue statue ad Agrigento, a Pisa, non capisco come facciano a chiamarle volgarmente ‘arredo urbano’. È gloria di una città.

Quando il sogno genera il mito – La Casana – 3/2014 – di Eliana Quattrini  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *