Collezionismo corporate: il caso JP Morgan Chase & Co.

COLLEZIONISMO CORPORATE: IL CASO JP MORGAN CHASE & CO.

 

di Giorgia Ligasacchi

 

Uno dei primi a capire l’importanza del connubio tra mondo dell’arte e mondo finanziario, rappresentato dalle banche, fu sicuramente David Rockefeller, dirigente e successivamente presidente della Chase Manhattan Bank (oggi JP Morgan Chase & Co.) dal 1969 al 1980, che, grazie al forte senso degli affari e alla sua profonda passione per l’arte, diede avvio nel 1959 alla prima e pioneristica collezione d’arte corporate della storia. L’impegno e l’interesse di Rockefeller verso il mondo dell’arte è stato particolarmente evidente nel discorso d’apertura alla National Industrial Conference Board che pronunciò nel settembre 1966:

 

Le arti sono una parte vitale dell’esperienza umana e sicuramente il nostro successo come società evoluta, verrà giudicato in gran parte dalle attività creative dei nostri cittadini in riferimento ad arte, architettura, musica e letteratura. Per migliorare la condizione delle performing arts e delle visual arts in questo paese c’è bisogno, a mio giudizio, di uno sforzo di collaborazione enorme in cui le aziende devono assumere un ruolo molto più grande rispetto a quello che avevano in passato. La comunità delle aziende nel suo complesso ha una lunga strada da percorrere nell’accettare le arti come un’area appropriata per l’esercizio della propria responsabilità sociale[1]”.

 

La JP Morgan Chase & Co. Collection – nata nel 2000 dalla fusione di Chase Manhattan Corporation e JP Morgan & Co. – è attualmente una delle più antiche, prestigiose e affermate raccolte al mondo. Fortemente voluta da David Rockefeller oggi vanta oltre 30.000 opere tra cui dipinti di arte moderna e contemporanea con particolare attenzione agli allora emergenti pittori della scuola di New York, sculture, fotografie e lavori su carta, distribuite fra le 450 sedi. La scuola di New York coincide con il movimento artistico statunitense dell’Espressionismo astratto nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, le cui figure più rappresentative sono Mark Rothko, Cy Twombly e Jackson Pollock, oggi molto quotati sul mercato.

 

La raccolta così eclettica, eterogenea e ampia riflette i valori e gli obiettivi della banca, presente con il suo business in tutto il pianeta, così come la provenienza dei lavori acquistati. La collezione riunisce opere di artisti importanti come Sol LeWitt, Robert Rauschenberg e Andy Warhol ma anche quelle di artisti meno noti. Uno di questi è Jonathan Callan, uno scultore inglese che utilizza principalmente come strumento materico libri e carta, tenuti insieme da viti, colla o gesso (“Fun House” comprata nel 2006 per 12,000 $)[2].

 

Jonathan Callan, Fun House, 2006.

 

L’acquisizione e la gestione delle opere d’arte era attuata da un comitato scientifico, formato da figure molto significative degli Anni Sessanta, accuratamente selezionate da Rockefeller: Alfred Barr, storico dell’arte e primo direttore del Museo di Arte Moderna a New York; il suo assistente, Dorothy Miller; James Johnson Sweeny, curatore e vice direttore del Museo Solomon R. Guggenheim; Robert B. Hale del Metropolitan Museum of Arts; Perry Rathbone, direttore del Museo di Belle Arti a Boston; David Rockefeller della Chase Manhattan e Gordon Bunshaft, architetto e partner presso Skidmore, Owings & Merrill. Il comitato si incontrava piuttosto di frequente per votare, in modalità anonima e tramite una scala di gradimento (da 0 a 3), quali opere acquistare. Le opere che ricevevano una votazione di 11 o più alte, entravano a far parte automaticamente della collezione.

 

Il Board dei Direttori della Chase Manhattan destinò inoltre un budget di 500.000 dollari per l’acquisizione di opere destinate agli uffici della Banca e per la realizzazione di due grandi sculture per la piazza antistante il palazzo. Una venne commissionata a Isamu Nuguchi, artista ambientale giappo-americano, che creò, tra il 1961 e il 1964, una sorta di giardino-piscina a pianta circolare, chiamato “Sunken Garden”, che d’estate funziona come una fontana mentre rimane a secco d’inverno.

 

Isamu Nuguchi, Sunken Garden ,1961-1964.

 

Ci vollero invece quasi dieci anni perché venisse riempito l’altro spazio messo a disposizione dal board. Le proposte degli artisti furono molte, fra questi Moore, Giacometti e Calder, tuttavia alla fine il vincitore dell’incarico fu Jean Dubuffet con la sua grande scultura in fibra di vetro e acciaio Group of Four Trees, che fu realizzata per la piazza nel 1972[3].

 

Jean Dubuffet, Group of Four Trees, 1972.

 

Secondo Rockefeller una collezione d’arte rappresenta un investimento culturale capace di creare un ambiente di lavoro più umano, dinamico, innovativo e stimolante per impiegati e visitatori, oltre che una piacevole decorazione per uffici e sale riunioni e a tal proposito egli affermò:

 

“Credo che le possibilità creative presentate dalla bellezza nell’arte ci debbano ispirare a cercare approcci almeno altrettanto creativi verso il raggiungimento di una società armoniosa”[4].

 

Collezionismo corporate: il caso JP Morgan Chase & Co. – BeBeez – di Giorgia Ligasacchi 

 

[1] Appleyard C. & Salzmann J. (2012). Corporate art collections. A handbook to corporate buying, Lund Humphries in association with Sotheby’s Institute of Art, p. 16

[2] Jacqueline Lewis, curatrice di UBS Art Collection per le Americhe – da The top corporate art collection Forbes 2 agosto 2012, 

[3] Appleyard C. & Salzmann J. (2012). Corporate art collections. A handbook to corporate buying, Lund Humphries in association with Sotheby’s Institute of Art, p. 17

[4] Appleyard C. & Salzmann J. (2012). Corporate art collections. A handbook to corporate buying, Lund Humphries in association with Sotheby’s Institute of Art, p. 17

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